Il giro del mondo/Torben Grael: «Mai fatto una gara così pericolosa»
Rischio pirati, velisti scortati da portaerei
Blindata l'area della Somalia: di fronte al Corno d'Africa il pericolo per gli otto scafi iscritti al Volvo Ocean Race
MILANO — Gli iceberg dell'Atlantico del Nord. Il cielo plumbeo («L'anticamera dell'inferno »: dal diario di bordo di Amer Sport Too, equipaggio tutto femminile che disalberò durante il giro 2002) del Pacifico del Sud. Le onde alte come palazzi di Capo Horn, dove i due maestosi Oceani si scontrano. E i pirati.
C'è un pericolo nuovo per gli otto scafi iscritti alla Volvo Ocean Race, ex Withbread, decima edizione, 68.500 chilometri di vento e acqua in faccia, l'Everest della vela è diventato più lungo (undici tappe da Alicante a San Pietroburgo) e più insidioso, la conquista dell'Asia impone un'inedita tappa in India (da Città del Capo a Cochin, costa Ovest, stato del Kerala) e la rotta passa proprio attraverso lo specchio di mare più rischioso di tutto il pianeta: al largo della Somalia, di fronte al Corno d'Africa, incrociano le lance a motore dei pirati africani che dall'inizio dell'anno hanno già colpito 61 volte, l'ultima sequestrando un cargo ucraino carico di armi. Jack Lloyd, direttore della regata, si è rivolto alla Marina militare inglese di stanza poco lontano, a Dubai: «L'ho contattata per chiedere aiuto e protezione».
In quella zona navigano tre portaerei equipaggiate con elicotteri e caccia Harrier:
Ark Royal, Illustrious e Invincible; una di esse scorterà la flotta finché non sarà fuori pericolo, perché a tutti piace una regata piena di emozioni e imprevisti ma nessuno vuole che il teatro delle leggendarie avventure di Sir Francis Chirchester e Sir Robin Knox-Johnston diventi un caso di cronaca nera o una pagina internazionale di crisi diplomatica. Torben Grael, ex tattico di Luna Rossa in Coppa America, un veterano del giro del mondo in equipaggio, skipper di Ericsson 4, ammette: «Non ho mai partecipato a una regata potenzialmente così pericolosa ». I drammi non sono mai mancati: nella scorsa edizione, quattro anni fa, Abm Amro II perse nell'Oceano un membro dell'equipaggio e la barca spagnola Movistar naufragò. I marinai sono disposti ad accettare la spietata legge del mare, non un arrembaggio dei pirati. «Regatiamo su barche essenziali di 20 metri, leggerissime, praticamente dei motoscafi a vela: se ci sono solo dieci nodi di vento diventa difficile starci dietro. Possiamo sempre seminarli!» scherza Gabriele Olivo, bellunese, 30 anni, imbarcato come responsabile delle comunicazioni a bordo di Telefonica. Gabriele racconterà la Volvo Ocean Race con interviste all'equipaggio, audio e video, 24 ore su 24, la più ampia copertura mediatica mai avuta da una regata. Ogni scafo avrà il suo
mediaman, sperando che mantenere viva l'attenzione sul-l'evento, e documentarne ogni virata, serva anche a scoraggiare gli attacchi dei pirati somali.
Due barche svedesi (Ericsson 3 e 4), due spagnole (Telefonica Blue e Black), i russi di Team Russia, gli americani di Puma Ocean Racing, il mix cino-irlandese di Green Dragon Team e gli olandesi di Delta Lloyd. In assenza di marinai e sponsor indiani, solo l'esigenza di inglobare un mercato emergente ha spinto gli organizzatori a includere Cochin, e quindi il rischio pirateria, tra le tappe. «Ci riuniremo a Città del Capo per discuterne — dice Olivo —. Se ci chiedessero di armarci? Sarei contrario: siamo velisti, non pistoleri ». Una Beretta in cambusa. Sarebbe vela, questa?
Gaia Piccardi
05 ottobre 2008
IN PRIMO piano
-
Borse, Europa e Wall Street in forte calo
Il mercato dell'auto crolla a novembre -
Obama: «Lotta al terrorismo,
è tempo per un nuovo inizio» -
Negoziante ucciso durante una rapina
-
Vaticano: «No alla depenalizzazione
dell'omosessualità da parte dell'Onu» -
Tassa Sky, Veltroni attacca Berlusconi










